Imparare a parlare delle proprie emozioni: quando il sentire diventa pensiero

Non sempre abbiamo bisogno, per prima cosa, di capire perché proviamo qualcosa. A volte abbiamo bisogno di imparare a dire che cosa stiamo provando.
E questa è una distinzione meno ovvia di quanto sembri.
Quando attraversiamo una forte emozione siamo spesso spinti immediatamente verso la spiegazione: Perché sono così? Che cosa mi è successo? Perché questa persona mi fa stare male? Perché reagisco in questo modo?
Domande legittime ma che rischiano di arrivare troppo presto.
Prima del perché c’è un passaggio che richiede una certa cura: riuscire a riconoscere l’esperienza e saperla verbalizzare.
Non si tratta semplicemente di trovare l’“etichetta” corretta per uno stato d’animo: si tratta di passare, almeno in parte, da un’esperienza che ci attraversa a un’esperienza che possiamo osservare, raccontare, condividere e interrogare.
È qui che la verbalizzazione delle emozioni assume un significato che non è soltanto psicologico ma anche profondamente filosofico.
Sentire non significa ancora comprendere
Un’emozione accade prima ancora che abbiamo elaborato un discorso su di essa.
Possiamo accorgerci di essere arrabbiati, impauriti, feriti, delusi prima di riuscire a spiegare con precisione che cosa stia accadendo.
E talvolta accade persino il contrario: sappiamo raccontare molto bene i fatti eppure non sappiamo dire che cosa quei fatti abbiano prodotto dentro di noi.
«È successo questo.»
«Poi lei ha detto quella cosa.»
«Io ho risposto così.»
La sequenza degli eventi è chiara.
Ma alla domanda «Come ti sei sentito?» arriva magari un silenzio.
Oppure una risposta generica: male, nervoso, strano.
Il problema allora non è semplicemente che non sappiamo “gestire” un’emozione: può darsi che non abbiamo ancora abbastanza parole per pensare l’esperienza che stiamo attraversando.
E qui il linguaggio non è un semplice mezzo attraverso il quale comunichiamo qualcosa che esiste già, completamente formato, dentro di noi.
In parte è anche ciò attraverso cui quell’esperienza diventa riconoscibile a noi stessi.
Il primo gesto filosofico: distinguere
Di fronte a un’emozione intensa, uno dei gesti più utili è forse anche uno dei più semplici: distinguere.
Sono arrabbiato o sono ferito?
Sono triste o sto vivendo una delusione?
Ho paura oppure mi sento inadeguata?
Mi manca quella persona oppure ho paura di perderla?
Sono stanco oppure non riesco più a sostenere una situazione che mi pesa?
Le parole non sono intercambiabili.
Ogni parola introduce una diversa possibilità di comprensione.
Dire «sono arrabbiato» non equivale a dire «mi sono sentito ignorato».
Dire «sono deluso» non equivale a dire «mi sento rifiutato».
Dire «ho paura» non equivale a dire «non so se sarò all’altezza».
La distinzione non serve a rendere l’esperienza più elegante o sofisticata.
Serve a renderla più precisa.
E ciò che diventa più preciso può essere pensato in modo diverso.
È in questo senso un gesto profondamente filosofico: non accontentarsi della prima definizione disponibile ma fermarsi davanti a ciò che si prova e chiedersi che cosa, esattamente, sta accadendo.
L’emozione non è soltanto ciò che sentiamo
Nella sua riflessione sulle emozioni la filosofa Martha Nussbaum ha insistito molto sul fatto che esse non siano semplicemente impulsi irrazionali che ci accadono nel corpo; le emozioni hanno a che fare con il modo in cui interpretiamo ciò che accade e con ciò che riconosciamo come importante per la nostra vita.
La paura per esempio non è soltanto una particolare attivazione corporea: implica la percezione di un possibile pericolo e dunque un rapporto con ciò che consideriamo minaccioso.
La rabbia implica un modo di interpretare un’offesa, un torto, una svalutazione.
La tristezza segnala spesso la presenza di una perdita che per noi ha avuto valore.
Questo non significa che possiamo semplicemente “ragionare via” un’emozione.
Significa che all’interno dell’emozione che proviamo è già presente una forma, seppur implicita, di interpretazione del mondo e di noi stessi.
Per questo parlare delle emozioni non significa aggiungere razionalità a qualcosa che razionale non è: vuol dire tentare di rendere più esplicito ciò che nell’esperienza emotiva è ancora confuso, immediato o non pienamente articolato.
Dare parole non significa trovare subito una spiegazione
C’è però un rischio opposto.
Quello di trasformare immediatamente ogni emozione in un problema da risolvere.
«Se sono arrabbiato, devo capire la causa.»
«Se sono triste, devo capire da dove viene.»
«Se ho paura, devo eliminare ciò che mi spaventa.»
Ma l’esperienza umana non procede sempre così rapidamente.
Talvolta sappiamo che qualcosa ci accade senza sapere ancora perché.
E forse una parte dell’atteggiamento filosofico consiste proprio nel sopportare questo non sapere senza riempirlo immediatamente con una spiegazione.
Possiamo dire:
«Non so ancora esattamente perché questa situazione mi ferisca, ma so che mi ferisce.»
Oppure:
«Non riesco ancora a capire se sono arrabbiato con lei o con me stesso.»
È già pensiero; non perché abbiamo trovato la risposta ma perché abbiamo trasformato una confusione indistinta in una domanda.
La filosofia in fondo nasce spesso proprio da questo movimento: dal rifiuto di considerare ovvio ciò che ancora non comprendiamo.
Anche davanti alle emozioni può accadere qualcosa di simile.
La verbalizzazione come passaggio dall’immediatezza alla riflessione
Quando riusciamo a dire ciò che proviamo accade qualcosa di particolare.
L’emozione non scompare e allo stesso tempo smette di coincidere con noi.
Posso dire:
«Sto provando rabbia.»
Ed è diverso dal dire, semplicemente:
«Sono la mia rabbia.»
Posso dire:
«Ho paura.»
E in quel momento la paura diventa qualcosa che riconosco non soltanto qualcosa dentro cui sono immerso.
Questa piccola distanza non è una fuga dall’emozione.
È uno spazio di riflessione.
Ed è proprio quello spazio che può permetterci poi di chiederci:
Che cosa ha suscitato questa emozione?
Che significato ha per me ciò che è accaduto?
Che cosa sto attribuendo all’altra persona?
Che cosa temo di perdere?
Che cosa desidero, invece?
Che cosa mi sta dicendo questo stato d’animo sul modo in cui sto vivendo una situazione?
Queste domande appartengono a un secondo momento.
Prima viene la possibilità di dire: «Questo è ciò che provo, non quello che sono.»
Validare non significa approvare
Anche il tema della validazione merita una precisazione.
Riconoscere un’emozione non significa dichiarare che tutto ciò che pensiamo sotto il suo effetto sia vero.
E non significa neppure che ogni comportamento prodotto dall’emozione sia legittimo.
Posso riconoscere la mia rabbia senza concludere che l’altro debba essere necessariamente colpevole.
Posso riconoscere la mia paura senza trasformarla automaticamente in una previsione sul futuro.
Posso riconoscere la mia sofferenza senza attribuire all’altra persona la responsabilità assoluta di tutto ciò che sento.
La validazione riguarda anzitutto l’esistenza dell’esperienza, non la verità indiscutibile dell’interpretazione che la accompagna.
Ed è una distinzione fondamentale.
Perché proprio quando riusciamo a dire «questa emozione c’è» possiamo cominciare anche a chiederci che cosa ci sta facendo vedere e che cosa invece ci sta facendo vedere soltanto da una certa prospettiva.
Anche questo è un gesto filosofico: accogliere l’esperienza senza rinunciare a interrogarla.
Tra emozione e azione c’è uno spazio
Forse è qui che il lavoro sulla parola diventa particolarmente importante.
Tra ciò che proviamo e ciò che facciamo può esistere uno spazio.
Non sempre è grande.
Non sempre è immediatamente disponibile.
Ma può essere coltivato.
«Sono furioso» non significa necessariamente «devo aggredire».
«Ho paura» non significa necessariamente «devo scappare».
«Mi sento rifiutato» non significa necessariamente «l’altro mi sta rifiutando».
L’emozione è reale e allo stesso tempo la prima interpretazione che ne diamo non è necessariamente quella definitiva.
Quando impariamo a parlare di ciò che proviamo introduciamo un intervallo fra sentire, interpretare e agire.
Ed è proprio in questo intervallo che può tornare ad apparire qualcosa di essenziale: la possibilità di scegliere.
Perché è così difficile imparare questo linguaggio?
Perché spesso non ci viene insegnato.
Impariamo molte parole per descrivere il mondo esterno eppure non sempre possediamo un vocabolario altrettanto ricco per raccontare ciò che accade dentro di noi.
A volte alcune emozioni vengono incoraggiate e altre scoraggiate.
La rabbia può essere considerata inaccettabile.
La paura può apparire come debolezza.
La tristezza come qualcosa da superare rapidamente.
La vulnerabilità come qualcosa da nascondere.
Così possiamo finire per sostituire la domanda «Come sto?» con un’altra:
«Come dovrei stare?»
E questo spostamento è tutt’altro che innocuo.
Perché quando un’emozione non corrisponde all’immagine che abbiamo di come dovremmo sentirci, possiamo arrivare a combattere non soltanto ciò che proviamo, ma anche il fatto stesso di provarlo.
Forse un primo esercizio di consapevolezza consiste quindi proprio nel sospendere per un momento il giudizio.
Non chiedere subito:
«È ragionevole che io mi senta così?»
ma:
«Che cosa sto provando?»
Solo dopo potremo chiederci:
«Perché?»
Imparare a parlare delle emozioni è imparare a pensare ciò che viviamo
Parlare delle proprie emozioni non significa trasformare ogni esperienza in una confessione.
Non significa neppure dover trovare sempre una spiegazione.
Significa sviluppare la capacità di non lasciare completamente senza parole ciò che ci accade perché quando un’esperienza resta soltanto vissuta può essere difficile condividerla.
Quando diventa parola può essere ascoltata; e quando può essere ascoltata può essere interrogata.
E quando può essere interrogata può forse trasformarsi: non necessariamente perché cambiamo immediatamente ciò che proviamo ma perché cambiamo il nostro rapporto con ciò che proviamo.
È una differenza importante.
L’obiettivo non è sentire meno. È imparare a non essere completamente trascinati da ciò che sentiamo.
Da dove possiamo cominciare?
Forse da una domanda molto semplice.
Non:
«Perché mi sento così?»
Ma:
«Come mi sento, esattamente?»
E poi provare a restare un po’ dentro quella domanda.
Cercare una parola.
Accorgersi che quella parola non basta.
Provarne un’altra.
Distinguere.
Riformulare.
Raccontare ciò che è accaduto.
Ascoltare la propria interpretazione senza considerarla immediatamente una verità.
Solo dopo eventualmente domandarci perché.
Perché le emozioni non sono ostacoli che dobbiamo necessariamente superare prima di poter pensare. Sono anche uno dei luoghi da cui il pensiero prende avvio.
Imparare a parlare delle proprie emozioni significa qualcosa di più che imparare a comunicare meglio. Significa imparare a pensare ciò che viviamo.
E forse è proprio questo il primo passo per non essere completamente in balia di ciò che sentiamo: non smettere di provare ma trovare le parole con cui poter restare in dialogo con la nostra esperienza.
Per approfondire
Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, il Mulino, 2009.
Un testo fondamentale per comprendere le emozioni come esperienze intrecciate ai nostri giudizi, ai nostri valori e a ciò che consideriamo importante nella nostra vita.
Baruch Spinoza, Etica.
In particolare le parti III, IV e V dedicate alla natura delle emozioni, alla loro forza e al rapporto tra conoscenza e libertà. La prospettiva di Spinoza invita a non giudicare gli affetti come qualcosa da reprimere, ma a comprenderne le cause e il funzionamento.
Questi due filosofi, pur muovendosi in direzioni molto diverse, ci aiutano a considerare le emozioni come una dimensione dell’esperienza che può diventare oggetto di comprensione.